Mese: Marzo 2016

La triste “inchiesta” del Fatto caduta subito nel dimenticatoio

Annunciate esplosive rivelazioni su Marco Carrai, e invece nulla è successo

La mitomania fa brutti scherzi: si pensa di essere al centro del mondo, e intanto il mondo (che non s’è accorto di nulla) procede tranquillamente sulla sua strada senza neppure dire ciao.

“Dopo l’inchiesta del Fatto – scrive oggi il Fatto in prima pagina – rinviato il summit sulla cybersecurity”. Quale inchiesta, quale summit?

Lunedì il giornale di Marco Travaglio ha pubblicato un documentato elogio di Marco Carrai. Il titolo vorrebbe scandalizzare e indignare, secondo i collaudati canoni della macchina del fango: “La rete occulta di 007 Carrai: fondi esteri, spioni e faccendieri”.

Ma l’articolo – chiamarla “inchiesta” sarebbe un’esagerazione persino per gli standard del Fatto – non soltanto non contiene nulla di “occulto”, di riservato o di nascosto, ma finisce con l’edificare un vero e proprio monumento all’imprenditore toscano, che è stato capace di costruire in Lussemburgo una società che investe in start up in Israele (il paese oggi all’avanguardia nell’innovazione tecnologica) e che, meritatamente, genera profitti.

Non ci sono fondi esteri nascosti né spioni né faccendieri, ma uomini d’affari che fanno il loro mestiere nel pieno rispetto della legalità. Può darsi che al Fatto non piaccia chi ha successo e produce innovazione, benessere e ricchezza, o magari chi lavora con le aziende israeliane: ma questo, come dire, è un problema loro. Gli sfigati invidiano sempre quelli che ce la fanno.

Purtroppo per il Fatto, l’“inchiesta” è caduta nell’indifferenza generale – salvo naturalmente il grillino di turno che, senza sapere bene di che cosa stesse parlando, ha denunciato, di nuovo nell’indifferenza generale, un “quadro inquietante” – e il “summit” al Quirinale si è svolto tranquillamente in un clima di serena collaborazione.

Del resto, l’idea che Mattarella prenda sul serio i titoli del Fatto potrebbe persino configurare il reato di vilipendio del Capo dello Stato.

Fabrizio Rondolino

Verdini e le strane amnesie della Sinistra Pd

Un errore che non andrebbe mai commesso, usavano dire i dirigenti del vecchio Pci, è quello di credere alla propria propaganda. La propaganda è necessaria, naturalmente quando sa essere efficace: ma anche in questo caso va tenuta ben separata dalla realtà, da una sua analisi severa, dal contesto politico in cui ci si trova ad agire, e dalla verità dei fatti. Altrimenti, oltre al rischio di coprirsi di ridicolo, si corre quello ben più grave di risultare politicamente ininfluenti. Un conto infatti è gridare «al lupo! al lupo!», e un altro conto è salvare le pecore.

Da quando di Berlusconi si occupa Renzi, il povero Cavaliere ha perso metà dei suoi parlamentari, nei sondaggi sta sotto alla Lega e il suo intero gruppo dirigente – da Alfano, segretario del partito, a Bondi, coordinatore dell’ufficio di presidenza – l’ha abbandonato. E sarebbe ben curioso se a dolersene, oltre a Berlusconi, ci fossero anche Bersani e Speranza.

Parliamo per esempio della nevrosi compulsiva che prende alcuni spezzoni della minoranza del Pd – segnatamente quello che fa capo all’ex segretario Bersani – ogniqualvolta il nome di Denis Verdini sale all’onore delle cronache. Dell’intero universo politico-parlamentare, peraltro assai variegato e frammentato, soltanto Verdini riesce a suscitare tanta attenzione, tanto interessato riguardo e tanto scandalo.

Così è stato giovedì, quando il leader di Ala è stato condannato in primo grado a due anni per concorso in corruzione, come se quella condanna (non definitiva) coinvolgesse anche il governo e il presidente del Consiglio; ma così è stato persino quando Verdini e i suoi hanno votato a favore della fiducia tecnica sul maxi emendamento che ha consentito l’approvazione della legge sulle unioni civili: anziché ringraziarlo per aver aiutato il Paese a riallinearsi, seppur in estremo ritardo, agli altri Paesi occidentali, i succitati spezzoni della minoranza del Pd hanno fatto il diavolo a quattro.

Il fatto è che Verdini non ha cominciato a fare politica il 23 luglio 2015, quando dopo un pranzo con Berlusconi annunciò che avrebbe lasciato Forza Italia. No, la sua carriera è un pochino più lunga e il suo ruolo è stato più volte decisivo. Per esempio quando, all’indomani delle elezioni “non vinte” del 2013, Bersani propose a Berlusconi un accordo per eleggere Marini al Quirinale; o quando, malamente naufragate in aula tutte le candidature fino ad allora avanzate, s’accordò sempre con Berlusconi per implorare Napolitano di accettare la rielezione; o infine quando trattò, naturalmente con Berlusconi, la struttura e il programma del governo di unità nazionale guidato dal suo vicesegretario Enrico Letta.

In tutte queste occasioni – quando cioè si doveva trovare un accordo non su una legge importante ma isolata come le unioni civili, bensì sulla più alta carica dello Stato e sul governo del Paese – al fianco di Berlusconi c’era il suo braccio destro Verdini: eppure né l’allora segretario del Pd, né il giovane capogruppo Speranza ebbero nulla da ridire. Al contrario, valorizzarono giustamente lo spirito di collaborazione, il superamento delle antiche divisioni, il comune senso di responsabilità e via enfatizzando.

Poi, quel 23 luglio dell’anno scorso, Verdini lasciò Berlusconi. I motivi sono noti: non condivideva la rottura dell’accordo sulle riforme costituzionali consumatasi con l’elezione di al Quirinale. E da quel giorno, magicamente, Verdini è diventato Barbablù.

Eppure, se gli spezzoni della minoranza del Pd che s’indignano per Verdini dopo averci fatto insieme un presidente della Repubblica e un governo riflettessero in termini politici e per una volta non si lasciassero prendere dal rancore della sconfitta, dovrebbero invece gioire. Non volevano forse «smacchiare il giaguaro»?

di Fabrizio Rondolino

Sull’immigrazione ritrovare lo spirito europeo.

E’ assolutamente necessario ritrovare lo spirito e l’anima europei. Che purtroppo non sono più riconoscibili oggi da chi guarda la quantità di recinti, fili spinati e muri che dividono gli Stati europei, membri dell’Unione europea, e da chi guarda i campi profughi al confine con la Macedonia.
Per quello che riguarda la questione immigrazione due sono i temi: l’accordo con la Turchia e la soluzione che così si dà al flusso migratorio che proviene da quella parte del mondo, e il problema migratorio nel suo complesso.
L’una, quella del flusso migratorio, è contingente e frutto anche degli errori dell’Europa; l’altra è certamente di più ampio respiro e di maggiore complessità storica. Partiamo da un’affermazione semplice: oggi dobbiamo fare l’accordo con l’Europa perché si sono chiuse le rotte balcaniche e le frontiere dei Paesi europei, e perché l’Europa non è più l’Europa di Schengen, altrimenti non avremmo il bisogno di ricorrere alla Turchia. Che è un Paese che non garantisce quelle condizioni di sicurezza necessarie per affrontare questo impegno.
Questo significa che ciò che dobbiamo chiedere al tavolo del Consiglio europeo è che la Turchia garantisca quelle condizioni. Questo mi pare il senso dell’intervento del Presidente del Consiglio, quando afferma che non faremo l’accordo a tutti i costi e non permetteremo che questo accordo cancelli e calpesti i valori e i principi dell’Europa.
C’è poi un tema di fondo che riguarda la grande questione africana che va affrontata a partire dall’analisi delle condizioni di quei Paesi, degli interessi economici europei in quei Paesi, per capire quanto in termini di ricchezza vi portino e quanto cannibalizzino le risorse. Qualcuno crede davvero che il fenomeno migratorio si possa fermare con il filo spinato? Per questo trovo corretto il modo in cui, in questi mesi, il nostro governo ha impostato in Europa la questione immigrazione: non stanno cambiando i tempi, sta cambiando un’epoca e il nostro continente deve essere all’altezza del suo nome.

di Anna Finocchiaro

Attività nel Parlamento Europeo degli Eurodeputati PD

01-212x300Sessione Plenaria del Parlamento europeo di marzo 2016. Si parla di pre accordo Ue-Turchia con l’editoriale della capodelegazione Pd Patrizia Toia e poi del programma europeo per introdurre frutta e verdure nelle scuole del parlamentare europeo Paolo De Castro, della nuova direttiva europea sui minori indagati dell’europarlamentare Caterina Chinnici, della riforma dei porti della parlamentare Pd Isabella de Monte, del regolamento sulla salute animale dell’europarlamentare Michela Giuffrida, della lotta alle frodi ai danni dell’Ue con l’articolo della parlamentare Mercedes Bresso, dell’economia dei dati del parlamentare europeo Renato Soru, delle donne rifugiate dell’europarlamentare Pina Picierno, della risoluzione del Pe sul caso Regeni con l’articolo del parlamentare Antonio Panzeri, delle nuove regole sui lavoratori distaccati del parlamentare europeo Brando Benifei, delle elezioni in Congo dell’europarlamentare Cècile Kyenge, e delle vittime di Talidomide con l’articolo del parlmentare europeo Damiano Zoffoli.

L’omicidio stradale è finalmente un reato riconosciuto per legge.

Via libera definitivo dell’Aula del Senato al ddl sull’omicidio stradale.

Il ddl fa diventare articoli autonomi del codice penale quelle fattispecie che finora sono state previste sottoforma di aggravante dei reati di omicidio colposo e di lesioni personali colpose. Per l’omicidio stradale potranno essere comminate pene fino a 12 anni, con particolari aggravanti per chi si dà alla fuga o guida senza patente o assicurazione. Per lesioni stradali – gravi o gravissime – la pena può arrivare fino a 7 anni, anche in questo caso con aggravanti omologhe a quelle per l’omicidio. Come pena accessoria resta la revoca della patente che, nei casi più gravi, potrà arrivare fino 30 anni. Prescrizione raddoppiata per i nuovi reati.

Ecco, in sintesi, i punti chiave del provvedimento.

L’omicidio stradale colposo diventa reato a sé, graduato su tre varianti: resta la pena già prevista oggi (da 2 a 7 anni) nell’ipotesi base, quando cioè la morte sia stata causata violando il codice della strada. Ma la sanzione penale sale sensibilmente negli altri casi: chi infatti uccide una persona guidando in stato di ebbrezza grave, con un tasso alcolemico oltre 1,5 grammi per litro, o sotto effetto di droghe rischia ora da 8 a 12 anni di carcere. Sarà invece punito con la reclusione da 5 a 10 anni l’omicida il cui tasso alcolemico superi 0,8 g/l oppure abbia causato l’incidente per condotte di particolare pericolosità (eccesso di velocità, guida contromano, infrazioni ai semafori, sorpassi e inversioni a rischio).

Stretta anche per le lesioni stradali. Ipotesi base invariata ma pene al rialzo se chi guida è ubriaco o drogato: da 3 a 5 anni per lesioni gravi e da 4 a 7 per quelle gravissime. Se comunque ha bevuto (soglia 0,8 g/l) o l’incidente è causato da manovre pericolose scatta la reclusione da un anno e 6 mesi a 3 anni per lesioni gravi e da 2 a 4 anni per le gravissime.

Conducenti mezzi pesanti. L’ipotesi più grave di omicidio stradale (e di lesioni) si applica ai camionisti e agli autisti di autobus anche in presenza di un tasso alcolemico sopra gli 0,8 g/l.

Fuga conducente. Se il conducente fugge dopo l’incidente scatta l’aumento di pena da un terzo a due terzi, e la pena non potrà comunque essere inferiore a 5 anni per l’omicidio e a 3 anni per le lesioni. Altre aggravanti sono previste se vi è la morte o lesioni di più persone oppure se si è alla guida senza patente o senza assicurazione. E’ inoltre stabilito il divieto di equivalenza o prevalenza delle attenuanti su alcune specifiche circostanze aggravanti. La pena è invece diminuita fino alla metà quando l’incidente non è conseguenza esclusiva dell’azione del colpevole.

Revoca patente. In caso di condanna o patteggiamento (anche con la condizionale) per omicidio o lesioni stradali viene automaticamente revocata la patente. Una nuova patente sarà conseguibile solo dopo 15 (omicidio) o 5 anni (lesioni). Tale termine è però aumentato nelle ipotesi più gravi: se ad esempio il conducente è fuggito dopo l’omicidio stradale, dovranno trascorrere almeno 30 anni dalla revoca. Qualora la patente sia di un altro Stato anziché la revoca vi sarà l’inibizione alla guida in Italia per un periodo analogo.

Raddoppio prescrizione. Per il nuovo reato di omicidio stradale sono previsti il raddoppio dei termini di prescrizione e l’arresto obbligatorio in flagranza nel caso più grave (bevuta ‘pesante’ e droga). Negli altri casi l’arresto è facoltativo, restando però espressamente escluso, limitatamente alle lesioni, se il conducente presta subito soccorso. Il pm, inoltre, potrà chiedere per una sola volta di prorogare le indagini preliminari.

Perizie coattive. Il giudice può ordinare anche d’ufficio il prelievo coattivo di campioni biologici per determinare il dna. Nei casi urgenti e se un ritardo può pregiudicare le indagini, il prelievo coattivo può essere disposto anche dal pm.

Attività del circolo

Mercoledì 16 marzo alle ore 21.00 si riunirà il direttivo del Circolo “Massimo Boggiano” per organizzare la campagna d’ascolto della città. Argomento indicato nelle linee programmatiche della relazione fatta dal nuovo segretario Marco Ostigoni  al momento della conferma nell’incarico da parte degli iscritti il 27 febbraio. Saranno programmati incontri con le categorie, associazioni e circoli di Lavagna.